Da inizio marzo fino a pochi giorni fa (a chi è andata bene) ci siamo privati di tutta una serie di contatti sociali: niente chiacchiere sul tempo con i nostri vicini di casa, no al caffè con un’amica, niente abbracci ai nostri genitori, alcuni di noi sono stati persino lontani dal proprio partner.

Per compensare queste mancanze abbiamo iniziato a prendere aperitivi online, fare colazioni via whatsapp, videochiamare la nonna in casa di riposo.

Ma come mai abbiamo così bisogno degli altri?

Il piede sente il piede quanto sente la terra (il buddha)

In analisi transazionale c’è un concetto che ci può aiutare a capirlo: quello di carezze.

Carezze e riconoscimenti

Nel 1945 esce una ricerca condotta su neonati allevati in orfanotrofio: la tesi che dimostra è che i bambini per crescere hanno bisogno di essere presi in braccio, accarezzati, toccati tanto quando di dormire, di essere nutriti e puliti: se non vengono stimolati (con le carezze, per esempio) i bambini si lasciano morire.

– Mi fermo un attimo per farti notare che meno di cent’anni fa non consideravamo fondamentale coccolare i bambini –

Ora, comunque, non c’è dubbio che il contatto fisico sia un bisogno fondamentale dei bambini.

Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, sostiene che gli adulti sentono ancora il bisogno fondamentale di essere toccati, ma possono sostituirlo con altre forme di riconoscimento. Dopo la metà del 1900 insieme al suo allievo e amico Claude Steiner elabora la teoria delle carezze (stroke, in inglese).
Una carezza, in AT, è un qualsiasi atto di riconoscimento: un sorriso, un complimento, una carezza ma anche un insulto. Per noi queste sono tutte conferme che l’altra persona ci ha visti, e rispondono al nostro bisogno di essere riconosciuti.

Hai detto un insulto?

Sì. Quando siamo in astinenza da carezze può succedere che sentiamo talmente tanto il bisogno di essere visti che accettiamo qualsiasi conferma: anche quelle negative.

Pensa a un bambino che, per qualsiasi motivo, viene ignorato per un lasso di tempo significativo. Chiederà attenzioni, in qualsiasi modo, e magari le uniche attenzioni che riceverà saranno urla. Per lui/lei saranno preferibili a essere ignorati.

Anche da adulti conserviamo alcuni tratti di quel bambino, nel nostro stato dell’Io Bambino. E abbiamo lo stesso bisogno di essere visti di quel bambino lì, che se non ha di meglio si accontenta di carezze negative.

Accettare le carezze (positive)

Sembra paradossale, ma normalmente non è facilissimo accettare le carezze, abbiamo una serie di sovrastrutture (dei Genitori Culturali, in AT) che mettono dei filtri: non essere vanitosa, sii modesto, non vantarti e per questo tendiamo a non accorgerci o non accogliere le carezze degli altri, con frasi come chiunque l’avrebbe fatto, è tutto merito del fotografo, Sì, ok, ma Gianfilippo l’avrebbe fatto meglio.

In più, in questo periodo di privazione della vicinanza con gli altri esseri umani abbiamo dovuto accettare degli ulteriori compromessi: le carezze che abbiamo ricevuto sono state prevalentemente verbali, filtrate da uno schermo, private della gran parte del linguaggio corporeo.

Siamo in astinenza da carezze.

[…]Il non sentire, il non sentirsi, il non poter dirsi né dire, alimentano il disagio, la malattia, la distanza silenziosa, il pregiudizio, la violenza di chi non capisce rendendosi straniero, rendendoci stranieri.[…]

S. Ligabue (prefazione all’edizione italiana dell’Alfabeto delle emozioni, C. Steiner)

Rieducarci alle carezze

Abbiamo bisogno di riavvicinarci a noi stessi e agli altri, con calma, delicatezza e gentilezza.

Non dobbiamo permettere al muscolo del riconoscimento di atrofizzarsi e accontentarsi di accettare carezze negative, abbiamo bisogno di allenarci a chiedere, rifiutare se non le desideriamo, darci e dare carezze.

In questi mesi abbiamo provato un sacco di cose nuove, perché non provare anche questo allenamento, che tra l’altro ti garantisce una vita più gratificante?

Aprire il cuore

C. Steiner chiama aprire il cuore questo allenamento, gli esercizi da seguire sono pochi.

1. Dare carezze sincere

Dare carezze sincere vuol dire essere sicuri di voler fare quel complimento, o quella carezza. Non farlo per gentilezza o perché “siamo stati abituati così” (dal nostro stato dell’Io Genitore Normativo)

Quando vuoi gratificare una persona che conosci per le sue azioni, le sue scelte o qualsiasi cosa, potresti proprio trovare il momento giusto per dirglielo.
No: non puoi andare in giro a fare complimenti alla gente senza preoccuparti delle conseguenze, perché (vedi punto 3) non sempre abbiamo voglia o bisogno di riceverle.

Cosa devi fare, quindi? Chiedere il permesso, ed essere preparati ad accettare un rifiuto:
posso farti un complimento?
È un buon momento per darti dei feedback sul tuo intervento durante la riunione?

2. Chiedere carezze

Non sempre le carezze arrivano senza che noi facciamo presente di averne bisogno.

Non è una vergogna chiedere carezze, né è onesto pretendere che gli altri sappiano quando ne vogliamo (e poi se stai allenandoti a dare carezze sai quanto sia semplice ma non facile capire come fare).

Chiedere carezze non è banale (c’è qualcosa di banale in questo allenamento?), è rischioso più di dare carezze perché non sai quale potrebbe essere la risposta. In questo caso magari inizia con qualcuno che sa che stai facendo questo percorso, o qualcuno che sai che non ti ferirà.
Ho bisogno di un tuo parere su questo articolo, potresti darmelo in modo sincero ma non brutale? Ho cambiato taglio di capelli, che ne dici? Ho bisogno di essere abbracciata (eh, lo so, quest’ultima non è una richiesta che si può fare a chiunque, tanto meno in questo periodo, purtroppo)

3. Accettare e rifiutare carezze

Osserva cosa ti succede quando qualcuno ti fa un complimento: rispondi subito con un altro complimento? Sminuisci il valore dell’azione o della caratteristica per cui te l’hanno fatto? Pensi che l’altro menta?

Sono tutti modi per rifiutare carezze che invece vorresti accettare. Prova a fare un respiro tra la carezza e la tua risposta, lascia che le parole si depositino e poi decidi: la vuoi tenere?

Se non ti piace puoi rifiutarla. Può non essere il momento giusto: ora sono concentrata sull’esposizione della tesi, possiamo parlare dopo dei miei capelli? Può essere una carezza che vuoi rifiutare, per qualsiasi motivo: hai diritto a non volerla. In questo caso puoi decidere di rifiutarla con delicatezza, oppure no. La scelta è tua.

4. Dare carezze a se stessi

Le carezze date a se stessi non possono sostituire quelle che vengono dall’esterno, ma a volte non c’è proprio di meglio.

Pensi di peccare di superbia se quando ti guardi allo specchio ti piaci e ti sorridi? Se dopo aver consegnato un lavoro fatto bene e in tempo ti dai una pacca sulla spalla e magari ti porti fuori a bere una birra? Se davanti al tuo partner dici penso di aver fatto proprio un bel lavoro in questo periodo, reinventandomi una routine per non sbroccare?
No, te lo dico io: va bene. Ti serve.

Quattro esercizi, è tutto qui.

Soprattutto all’inizio potresti sentirti a disagio nel farli, ma non è sempre così quando inizi un’attività nuova? Ricorda che è un allenamento, si migliora e diventa tutto più naturale man mano che si pratica!

Se vuoi iniziare subito, e farlo con un gruppo di persone che hanno la tua stessa idea, iscriviti a il piede sente il piede quanto sente la terra: il retreat del 12-13-14 giugno.

Passerai tre giorni in un posto accogliente e meraviglioso in Toscana, in collina e vicino al mare, e per un giorno intero praticherai questo allenamento, con meditazioni, self shiatsu e momenti di riflessione con gli e le altre partecipanti.

Retreat di tre giorni in Toscana

meditazione, self shiatsu e conversazioni nella natura della Costa degli Etruschi