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Counselor analitico transazionale: chi è, cosa fa e come lavora

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La persona counselor è un ruolo di supporto non clinico alle persone nelle questioni di relazione, nella comunicazione interpersonale, nell’aiutarle a definire e raggiungere i propri obiettivi. Lavora tramite colloqui, di gruppo o individuali, per periodi limitati nel tempo.

Ti aiuta a osservare la realtà intorno a te con serenità e un pizzico di distacco, a capire quali sono i margini di cambiamento che hai, quali sono le soluzioni che puoi trovare e come metterle in pratica.

Chi è la persona counselor analitico transazionale

Ogni indirizzo di counseling ha le sue particolarità, io ti descrivo quali sono quelle di chi si specializza in analisi transazionale

Chi lavora come counselor analitico transazionale si basa su 3 principi della filosofia AT che sono:

  • Ogni persona è ok. Cioè ognuno è dotato di valore e dignità in quanto persona. Può avere competenze e capacità diverse, ma niente mette in discussione il suo valore e la sua dignità come essere umano.
    Nel contesto del counseling AT: io non metterò mai in questione il tuo valore o la tua dignità. Sei da me perché io ho una competenza che a te manca (quella di counselor, appunto), ma questo non fa di te una persona inferiore
  • Ogni persona ha la capacità di pensare, e per questo ha responsabilità e la capacità di decidere cosa vuole nella vita. Può avere bisogno di una mano per conoscersi meglio, ma le risposte e le decisioni finali vengono da sé, non da fuori. E la responsabilità resta a sé.
    Questo è il motivo per cui chi è counselor AT non ti dice cosa devi fare, non ti dà consigli, ma sta accanto a te facendoti delle domande e aiutandoti a scoprire le risorse a cui attingere per capire e prendere decisioni di cui puoi assumerti la responsabilità senza timore.
  • Ogni persona decide il proprio destino, e queste decisioni possono essere cambiate. Se per qualsiasi motivo cambiamo idea abbiamo diritto a cambiare anche le decisioni, e questo vale per le cose grandi della vita, ma anche per le piccole. Quest’ultimo principio deriva dagli altri due: sei ok, sei in grado di pensare, quindi sei in grado di prendere decisioni per te. E se ti rendi conto che hai sbagliato, o a un certo punto del tuo cammino vedi un’alternativa migliore, puoi cambiarla.
    Questo principio nel counseling AT significa che la persona professionista che hai scelto non ti giudicherà per quello che fai o quello che decidi, e starà accanto a te in ogni caso.

Cosa fa il counselor analitico transazionale                   

I principi dell’analisi transazionale si radicano nei percorsi di counseling AT.

In pratica, si traducono in:

  • il metodo contrattuale, basato su un accordo esplicito e condiviso di ciò che si vuole raggiungere. I primi incontri sono spesso dedicati a capire qual è lo scopo o il motivo per cui si vuole fare counseling, e lungo il percorso si fanno verifiche: per capire a che punto si è ma anche per confermare che l’obiettivo sia sempre quello (perché si può cambiare, se si cambia idea). Avere un contratto condiviso riduce l’ambiguità e i malintesi, previene i giochi psicologici e mantiene il rapporto a un livello paritario (a un livello ok, come dicevo nel paragrafo precedente)
  • la comunicazione esplicita, di cui un esempio pratico è la condivisione della teoria (solo quella che serve realmente) tra counselor e cliente. Altro aspetto fondamentale della comunicazione aperta è che le transazioni comunicative siano chiare ed esplicite (spesso Adulto-Adulto), non ci siano sottintesi o messaggi nascosti.

La struttura

Un percorso di counseling analitico transazionale può essere individuale o di gruppo, e la cadenza è variabile, ma di solito si fanno incontri ogni settimana o ogni quindici giorni. Più frequenti di una volta alla settimana sarebbero inutili, perché non avresti la possibilità di “mettere in pratica” quello che hai sperimentato durante l’incontro, più radi sarebbero molto diluiti, e rischieresti di “perdere il filo” del percorso che stai facendo.
Ci sono delle eccezioni: i corsi di formazione su temi specifici, che possono essere a cadenza per esempio mensile, con incontri che durano anche più giorni consecutivi.

Sono solo chiacchiere?

No, durante un colloquio di counseling non si parla solo: si usano modelli, si possono fare esercizi, simulazioni, schemi. A volte, se necessario e si è d’accordo, si può usare del tempo per momenti di consapevolezza corporea, respirazioni o meditazioni. Gli incontri possono essere anche molto dinamici, e ti “porti a casa” strumenti che puoi applicare nella tua vita di tutti i giorni.

Io, da counselor, ti dico cosa fare?

Sarebbe bello, vero? Però lo sarebbe solo sulla carta, perché poi ti ritroveresti con soluzioni non “tue”, ma pensate da un’altra persona. Non aspettarti quindi consigli o prescrizioni (anzi: se ti arrivano potrebbero essere campanelli d’allarme). Capiterà di fare insieme (insieme!) considerazioni su soluzioni trovate da te in passato o da altre persone, ma il focus sarà sempre sul trovare la tua strada, quella adatta ai tuoi piedi, non sul passare sulle orme di altri.

Quanto dura?

Di solito la durata dei percorsi è definita dal contratto che si fa insieme nei primi incontri: un percorso di counseling segue l’obiettivo: una volta raggiunto ci si saluta, almeno per un po’.

Se il contratto cambia è possibile che la durata si allunghi, ma se questo succede troppo spesso e i percorsi sembrano non finire mai bisogna farsi delle domande: o si stanno facendo degli errori sulla definizione degli obiettivi oppure c’è qualcos’altro che non funziona. Un percorso di counseling ha per definizione una durata finita.

Il ruolo di counselor analitico transazionale nel contesto lavorativo

Un percorso di counseling ti può supportare anche nel contesto lavorativo, non solo per “problemi personali”. 

Ecco alcuni esempi in cui farsi supportare da counselor può essere utile: 

  • se non riesci a farti ascoltare in riunione (per trovare il modo di dire quello che vuoi dire, farti spazio tra colleghi che parlano più forte di te e ti rubano la maternità delle idee, …), 
  • a gestire conflitti con colleghi e colleghe (il conflitto spesso è un buon modo per trovare alternative, ma va saputo gestire in modo che non diventi distruttivo, e vanno sviluppati sistemi per difendersi in caso lo sia già), 
  • a candidarti a un ruolo che non ti viene proposto ma senti che sarebbe giusto per te, 
  • per riconoscere dinamiche di potere e trovare margine di azione dentro di esse. 

Il punto chiave è che il problema non sempre sei (solo) tu: può essere anche l’ambiente in cui sei inserita, e quindi il lavoro è su come agire in te e in quell’ambiente nei margini che si hanno, e magari espanderli un po’ di più. 

Qui l’analisi transazionale funziona molto bene perché  ti aiuta a capire come funziona la comunicazione tra esseri umani, e in particolare puoi osservare quella del tuo ufficio (o coworking). La conoscenza e la consapevolezza sono il primo passo per prendere delle buone decisioni su eventuali cambiamenti (personali o del sistema)

Differenze tra counselor AT, coach e psicoterapeuta

C’è un elefante nella stanza, quello della differenza tra le professioni di counselor, coach, psicologo psicoterapeuta. C’è spazio per ogni ruolo: l’importante è essere consapevoli delle differenze, che ci sono e sono fondamentali e in questo caso stanno nel perimetro di azione.

Chi fa psicoterapia

lavora su disagio clinico, sintomatologia, traumi: il territorio del passato che ancora pesa sul presente.
Può fare diagnosi, trattare disturbi clinici, lavorare su patologie. Per farlo ha superato un esame di stato ed è iscritto a un albo con codice deontologico vincolante.
Se sbaglia, risponde all’ordine professionale.

I percorsi di psicoterapia di solito sono medio-lunghi, possono durare da mesi a qualche anno. Di solito non sono “per la vita”.

Chi fa coaching

lavora su obiettivi di performance e sviluppo professionale o personale. Chi si rivolge a coach vuole migliorare le sue performance in modo misurabile.

L’orizzonte temporale del coaching è breve o brevissimo, l’orientamento è al miglioramento per il futuro. Spesso si utilizzano tecniche e regole “universali”.

Chi fa counseling

lavora sul come stai funzionando ora: con te e con le altre persone.
Chi si rivolge a counselor si vuole focalizzare su questioni del presente: schemi relazionali, comunicazione, consapevolezza del proprio funzionamento. L’ideale è fare dei percorsi di counseling per riconoscere e risolvere questioni del qui e ora, e un percorso di terapia che lavori sul passato, per capire da dove arrivino quelle difficoltà e risolverle o farci in qualche modo pace.

Anche i percorsi di counseling sono generalmente brevi e si dedicano a una questione alla volta.

Per coach e per counselor non c’è legge che definisca il perimetro di azione, né albo, né sanzione professionale se sconfinano. La distinzione tra i due esiste nella prassi e nella cultura delle associazioni, ma non nella legge italiana.

Come scegliere la persona counselor

Quella di counselor in Italia è una professione non regolamentata, il che vuol dire che non c’è un albo che garantisce la formazione standard, quindi dovrai prestare un po’ di attenzione in più nella scelta della persona a cui affidarti. Non è difficile, se sai cosa cercare.

La formazione

La prima informazione a cui prestare attenzione è la durata della formazione: generalmente una scuola di counseling seria dura almeno due anni, in cui si studiano teorie e tecniche psicologiche, e gli ambiti in cui applicarle. Alcune scuole offrono anche la possibilità di fare supervisioni (consulenze con professioniste/i con formazione specifica per migliorare nel proprio lavoro)

Per aiutarti nella ricerca, ci sono delle associazioni (a cui in ogni caso nessun counselor è obbligato a iscriversi per poter lavorare) che danno una sorta di certificazione a chi si iscrive e spesso forniscono anche un minimo di formazione continua. Io ho scelto il CNCP, ma ce ne sono anche altre, come Assocounseling, AICO, ReICO, SiCO (non sto qua a elencarle tutte, ce ne sono davvero tante).
Per chi ha scelto l’indirizzo analitico transazionale ci sono anche le associazioni internazionali, come EATA e AIAT.

Il metodo

Ci sono tanti indirizzi, e non ce n’è uno migliore in assoluto, però una cosa importante è la chiarezza. In Analisi Transazionale si fa un contratto esplicito e ci si prende il tempo di renderlo raggiungibile e misurabile, ma ogni professionista seria ti propone qualcosa di simile. Anche semplicemente darsi modo di chiedersi “dove vuoi arrivare? quali sono i tuoi obiettivi? perché sei qui?” è fondamentale per definire dei confini, e non perdersi poi nel percorso.

I limiti

Chi fa counseling non può fare diagnosi (neanche ipotizzarle) né fare terapie o trattare disturbi di nessun tipo. Se ha l’impressione che ci possa essere bisogno di un intervento psicologico o medico te lo deve dire (anche solo per serietà professionale), e a volte deve anche prendersi la responsabilità di non lavorare con te finché non avrà il parere positivo del/la professionista a cui ti riferirai.

Un altro limite dei percorsi di counseling è che spesso sono costosi, e non essendo inseriti all’interno delle professioni sanitarie non fanno parte dei costi scaricabili nella dichiarazione dei redditi. Ci sono alcune associazioni che offrono supporti gratuiti o a prezzo calmierato, per percorsi brevi o incontri spot.

Il mio counseling analitico transazionale

Io sono diventata counselor analitico transazionale nel 2017. Ho scelto di dedicarmi al contesto lavorativo, in particolare per le donne e le persone che appartengono a categorie marginalizzate. 

Per essere counselor io ho frequentato una scuola triennale per circa 900 ore, che comprendevano anche della supervisione (cioè degli incontri individuali e di gruppo in cui una persona esperta aiuta a comprendere nodi del proprio lavoro, a sciogliere delle empasse e a verificare che si stia facendo un buon lavoro, o mettere in pratica strumenti per migliorare). La materia e il lavoro mi piacevano tantissimo, quindi ho deciso di continuare aggiungendo anche un master di un anno in gestione dei gruppi, sempre a indirizzo analitico transazionale.

Il filo che attraversa tutto quello che faccio è uno: trovare la tua strada, non quella che qualcun altro ha pensato per te.

E ora?

Se ti riconosci in quello che hai letto, qui puoi trovare una professionista pronta a conoscerti e strumenti concreti per iniziare.

Se pensi che lavorare con me sia una buona idea puoi scegliere: 

Uno dei percorsi di gruppo pensati per chi vuole allenarsi alla comunicazione in uno spazio sicuro e stimolante

Il mentoring individuale, se preferisci un lavoro più mirato e personalizzato.

CHI SONO
Sono Monja Da Riva, counselor analitico transazionale, formatrice e speaker con una visione femminista del potere e della leadership aziendale. Lavoro con piccoli gruppi e in mentoring individuali per aiutarti a comunicare con efficacia e assertività sul lavoro restando te stessa, attraverso gli strumenti dell'Analisi Transazionale. Vivo scegliendo con cura le parole da non dire, un mantra ereditato da Alda Merini.

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Monja Da Riva - Counselor analitico transazionale, formatrice e speaker